Il segreto del cavalluccio marino

N. Lygeros

Traduzione: Lucia Santini




Nessuno sapeva ove fossi. Nessuno mi cercava li dove si doveva cercare, eppure il colore dell’invisibile era in pericolo. Avevano incominciato la loro opera i bastardi. Cancellavano la memoria dell’Umanità. Cercavano i camaleonti in tutti i posti del mondo. Ed io non osavo dormire. Tutti mi aspettavano. Dovevo vivere. Era l’unico modo per salvare l’Umanità. I fanatici dell’oblio avevano cancellato ogni traccia della storia dai libri. Erano ormai innocui per il sistema. Gli uomini decisero allora di diventare libri. Non dovevano dimenticare nulla delle opere dell’Umanità. Ognuno cercava di ricordare quanto potesse. Perché i camaleonti non erano abbastanza per le biblioteche del futuro. Così, quando i fanatici catturavano un uomo, non lo uccidevano, gli toglievano la memoria e lo trasformavano in individuo. Il sistema aveva bisogno di masse maggiori per instaurarsi. E per aumentare la sua inerzia dovevano esserci individui. Così gli uomini scarseggiavano sempre di più ed i camaleonti diventavano ancora più rari. Ho cercato per anni di nascondermi, ma inutilmente. La risposta l’ebbi solo quando incontrai un camaleonte. All’inizio non compresi che mi aveva individuato. Pensavo di essere sciocco e per di più inutile per l’Umanità. Lessi le opere di Dostoevskij, ma a modo mio. L’unica cosa che ero riuscito a rendermene conto era che non ero un individuo ma neppure camaleonte. Ero contento per il primo, ma non per il secondo. Ero arrivato al punto di chiedermi se ero uomo. E ci vollero anni per comprendere l’ invenzione del camaleonte. Per tanti anni cercavo il mistero dell’esistenza e non vedevo che io stesso ero il mistero. Appartenevo ai bordi del luogo molteplice. Ero uno dei punti di contatto dei vertici. Senza di noi, le particolarità erano isolate e la loro opera non poteva avere l’influenza dovuta. Persino gli uomini, i bordi del luogo molteplice, non avevano limiti senza la nostra presenza. Ascoltavo il camaleonte, ma non osavo pensare. Tanti anni nascondevo la mia opera perché non conoscevo il mio ruolo. Ma ora che lo conoscevo cosa dovevo fare? Quando se ne andò il camaleonte, la domanda persisteva. Il problema non era cosa dovevo, ma cosa potevo fare. Questo perlomeno lo sapevo. La creazione era la mia opera. E vedevo finalmente il colore dell’invisibile. Allora mi ricordai dei clefti e dei vili servitori e compresi che ero il maestro. E il gene era l’Umanità. Non pensavo più quanto tempo avevo perso. Ora dovevo insegnare la memoria ed in maniera costruttiva affinché esistessero uomini tramite l’opera dei camaleonti. Mi sentii appagato per la prima volta nella mia vita. Da allora mi nascondo fra i bambini e non spero più nulla perché mi ha sfiorato il bacio del sole e conosco l’abisso delle tenebre.







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