15951 - La coraggiosa resistenza

N. Lygeros
Traduzione: Lucia Santini

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La missione segreta era finita.
La coraggiosa resistenza di Famagosta aveva dato tempo alla Lega Santa per
organizzare una flotta che non aveva nessun confronto con precedenti.
Non era stata creata per vincere solo una battaglia ma una guerra e per annientare
gli Ottomani in maniera così rude che non avrebbero tentato neppure dopo
secoli ritornare in mare aperto.
Questo aveva imparato il Governatore dal Maestro, prima di giungere al finale della partita.
Aveva previsto la tragica sventura della Città dopo le pressioni della
popolazione che era stremata ad arrendersi.
Sapeva che il Maestro sarebbe stato contrario.
Per questo venne preparata un’evasione per continuare la battaglia anche dopo la sua morte.
Il pedone era arrivato all’ultima traversa.
E quando annunciò la resa della Città il 4 Agosto del 1571 tutti si rallegrarono
perché i barbari avevano promesso la libertà.
Mentre l’uomo libero prese il suo gruppo per continuare al di là dei limiti umani
la guerra contro la barbarie.
Tramite il mare, continuarono.
Per terra cominciò il sacrificio.
Il pascià con la scusa degli schiavi, uccise Astorre Baglioni, subito dopo aver messo le firme.
Cattura il colonnello Martinengo e lo impicca.
Poi lascia la Città nelle mani delle autorità Ottomane che la saccheggiano nel
modo più barbaro che ci sia.
I barbari rapiscono anche il Governatore Marcantonio Bragadin e uccidono
le sue guardie.
Il pascià gli taglia un orecchio.
E da ordine di tagliargli l’altro e il naso.
Nell’ora in cui avveniva il massacro di tutti i Cristiani che erano rimasti nel castello.
Dopo due settimane di prigione con le ferite in putrefazione, lo trascinarono intorno alle mura con sacchi pieni di terra e pietre sulle spalle.
Poi lo legarono nudo ad un palo e lo scorticarono vivo.
Infine lo fecero a pezzi e li distribuirono all’esercito come trofeo.
Riempirono la pelle con paglia, gli misero le medaglie militari e lo misero sopra
un bue facendolo sfilare per le strade di Famagosta.
Il trofeo con la testa di Alvise Martinengo e di Gianantonio Querini le misero
sull’albero della nave ammiraglia del pascià per mostrarlo a Costantinopoli.
Ma il Maestro non se ne dimenticò.