27113 - Singolarità della superstruttura

N. Lygeros
Traduzione: Lucia Santini

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Si domandò qual era la sua posizione in questa
superstruttura. E se ci fosse posto per lui.
Perché nulla era più sicuro ormai.
Gli ricordava il paradosso di Schrödinger.
Apparteneva o non apparteneva all’Umanità?
Chi lo decideva?
L’esperimento?
O aveva una doppia natura.
Entità duale.
Eccetto se, fosse teleologico il problema.
E la domanda era se doveva appartenere
all’Umanità. O forse ancor meglio
se doveva impegnarsi per appartenere ad essa.
Calcoli quantici.
Il problema non era solo quello della posizione, c’era anche
quello della velocità.
Perché la prima era una sosta mentre la seconda
aveva una destinazione.
In passato era semplicemente al di fuori.
Adesso sapeva di esistere dentro.
La tessera ed il mosaico.
La singolarità e la superstruttura.
La vedeva con uno sguardo diverso.
Avrebbero detto gli uomini.
Ma non aveva tenuto conto dell’espressione analoga
per un mostro.
Riesaminò il concetto di Umanità.
E si scoprì in questo modo che anche lei era
sola solo che contemporaneamente era unica.
Forse di più, anche diacronicamente.
Questa solitudine era strana.
Non era l’unicità della solitudine.
Era la solitudine dell’unicità.
Ma questa gli assomigliava.
Così dunque avevano un punto in comune.
Eppure erano diversi.
Erano soli entrambi.
Ed in comune avevano l’unicità.
Quanto lontana era la monadologia di
Leibnitz?
Perché ora gli serviva la gruppologia.
Il gioco era cambiato.
Lo stesso anche la scacchiera.
Non era solo una parte.
Aveva un ruolo da giocare.
E questo era alleato
perché c’era il nemico.